La svolta politica dei banchieri centrali

Mario Draghi e Ben Bernanke, questa settimana, non hanno apparentemente impresso alcuna svolta alla loro politica monetaria, ma hanno fatto sapere di essere pronti ad agire in caso di peggioramento del quadro economico sulle due sponde dell’Atlantico. Il Wall Street Journal, per questo motivo, sostiene che i due banchieri centrali assomiglino a “guerrieri riluttanti”. Leggi La sfida finale di Obama all’Europa ancora troppo legata al Merkel-pensiero
20 AGO 20
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Mario Draghi e Ben Bernanke, questa settimana, non hanno apparentemente impresso alcuna svolta alla loro politica monetaria, ma hanno fatto sapere di essere pronti ad agire in caso di peggioramento del quadro economico sulle due sponde dell’Atlantico. Il Wall Street Journal, per questo motivo, sostiene che i due banchieri centrali assomiglino a “guerrieri riluttanti”. Eppure la semplice disponibilità a intervenire annunciata da Banca centrale europea e Federal Reserve è stata sufficiente a ridare slancio alle Borse occidentali e a far restringere lo spread tra i rendimenti dei titoli di stato dei paesi periferici e quelli della Germania. E’ il segnale che i mercati riconoscono in Draghi e Bernanke non tanto dei “guerrieri riluttanti”, quanto gli unici attori che abbiano elaborato una risposta credibile e di ampio respiro allo stallo odierno. Ciò non dipende soltanto dalla liquidità che i due Istituti centrali possono garantire al sistema, ma anche dalle condizioni – tutte politiche – alle quali Draghi e Bernanke hanno detto di legare qualsiasi loro intervento futuro.
Il presidente della Bce, che fu tra l’altro il primo ideatore del Fiscal compact con il quale gli stati europei hanno messo un freno all’esplosione dei loro bilanci pubblici e l’artefice di un’originale forma di soccorso per tutte le banche del continente, sta ora proponendo con molta trasparenza un nuovo “scambio” ai governi: gli esecutivi dimostrino entro fine giugno di aver intrapreso un percorso di maggiore integrazione (fiscale e finanziaria) dell’Eurozona, e allora l’aiuto monetario potrà seguire. E’ l’ennesima dimostrazione del fatto che le Banche centrali, per come le conoscevamo prima dell’inizio della crisi, non esistono più. Nel 2007, perlomeno all’apparenza, ci trovavamo di fronte a fredde tecnostrutture, per lo più dedite a monitorare l’andamento degli aggregati monetari e dei prezzi. Oggi, soprattutto su questa sponda dell’Atlantico dove la politica delle cancellerie appare in affanno e anacronisticamente frammentata su scala nazionale, la Bce ha acquistato un ruolo molto più politico e pienamente europeo (affrancandosi pure dal giogo – questo sì poco ortodosso – esercitato da Berlino e dalla Bundesbank).
Non si tratta oggi di sbarazzarci della necessaria indipendenza degli Istituti centrali, né di asservirli alle normali esigenze fiscali degli stati sovrani. Ma è sicuramente arrivato il momento che i leader del nostro continente, senza inutili moralismi, riconoscano e calendarizzino quanto prima quei cambiamenti statutari che consentiranno alla Bce di diventare prestatrice di ultima istanza degli stati sovrani.